Il mio mondo a 4 stelle

Eva6mila’s Weblog

Il terrore per l’anta ribalta

Posted by eva6mila su agosto 21, 2008

Il sistema delle finestre ad anta ribalta è una grande invenzione! Si possono lasciare le finestre aperte nella parte superiore senza incorrere nel rischio che le ante sbattano per una folata di vento.
Questo sistema di apertura a noi può risultare familiare, tanto che qualcuno lo sta adottando anche nella propria abitazione, ma per alcune popolazioni deve risultare proprio inconsueto, soprattutto quelle dell’estremo oriente. Ho avuto occasione di verificarlo sia con i cinesi che con i coreani e perfino i giapponesi. Molto spesso pensano che la finestra sia rotta, così arrivano preoccupati alla reception con il timore che la finestra prima o poi cada a terra, talvolta lasciando qualcuno di guardia nella camera a reggere con le mani la finestra pericolante!

L’ultimo episodio riguarda una signora coreana, talmente preoccupata che si è dovuto ricorrere all’intervento del facchino direttamente in loco per un veloce corso sul “misterioso” meccanismo di apertura. Il corso prevedeva una panoramica sui vari sistemi adottati in Europa (il facchino è filippino, quindi fare leva sull’approsimazione del marchio CEE gli sarà sembrato risolutivo), coniando un’espressione del tutto particolare:”windows in European style”.
La paura per l’anta ribalta deve essersi diffusa nei meandri del corridoio occupato dai coreani, tanto che la capo gruppo ha deciso di scendere di persona presso la reception a comunicare i rischi di tale apertura. Ignara dell’esasperazione che intanto aveva assalito il mio collega, preso dalle tante richieste d’aiuto ed a mandare in giro il facchino a seminare saggezza, espone il tutto mimando l’esatta angolazione che la finestra aveva preso. A quel punto il collega comincia a spiegare in modo pseudo-scientifico il suo funzionamento prendendo spunto dalla lezione del facchino filippino, e con un mirabile copia-incolla esordisce:” it’s a sort of European system, don’t worry”, e quasi senza accorgersene finisce la frase con il romanesco “datte’a ‘n faccia” (in italiano: dattela in faccia) accompagnata dal gesto della mano rigida che muove appunto verso la faccia. La velocità con cui dice la frase, porta la signora a ripetere “dattaa anfaahacha”. La cliente aveva capito tutto: il nome di questo tipo di finestra è dattaaa anfaahacha!
E questo ripeteva in continuazione arretrando, inchinandosi ossequiosamente e ringraziando.

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Il furbetto del XXI secolo

Posted by eva6mila su giugno 9, 2008

Ho affinato una particolare abilità nell’intuire la professione indicata sulla carta d’identità di alcuni personaggi. La questione è semplice: abbigliamento casual, camicia aperta sul petto depilato, abbronzatura precoce, un mega Suv parcheggiato bene in vista di fronte all’ingresso, una mignotta al seguito… i conti sono presto fatti, si tratta di un imprenditore! Non mi è mai capitato di leggere “operaio” o “commesso di supermercato” o ancor meglio un elegante “omissis”, piuttosto dietro questo identikit e tanta ostentazione c’è sempre “l’imprenditore del XXI secolo”.

Questa sotto-categoria di imprenditore difficilmente usa carte di credito, piuttosto gira sempre con una cospicua somma di denaro in contanti nella tasca, pronta ad essere sfoderata non appena incontrano la mia diffidenza. Proprio non capiscono che così facendo la loro posizione peggiora, e non posso fare altro che chiedere un bel prepagamento di tutti i servizi.

Ovviamente queste considerazioni sono frutto di anni di studio e, purtroppo, di errori fatti a mie spese per non aver capito abbastanza in anticipo che non è tutto oro quello luccica. Una volta, infatti, uno di questi personaggi prese una camera per “far riposare” per qualche ora la sua signora. Va da se che il cliente se ne andò senza pagare lasciando sul mio conto personale una bella somma che includeva anche un bel filmetto hard… per conciliare forse il riposo della sua amica. Dopo un anno esatto però fece l’errore clamoroso di tornare nel mio albergo e di trovarmi in turno e così:

“Ha una camera disponibile?”
“Buongiorno…sono contenta che finalmente sia tornato a saldare il conto di un anno fa”
“Come prego?”
“Forse lei non ricorda, ma esattamente un anno fa, alle ore 15:00 o al massimo 15:30, lei mi chiese una camera per lei e la sua signora, ma forse per errore non è passato alla reception a pagare”
Dopo un momento di esitazione, illuminato da quella che può essere sembrata la risposta più intelligente da dare, aggiunse:
“Dunque… una anno fa, uhm…Ah si ricordo! Lei non ci crederà, ma quando sono uscito dall’hotel sono stato colpito da un’emorragia celebrale che mi ha tolto la memoria per molto tempo!!!”
Ero piuttosto indecisa se sbottare a ridergli in faccia o tenergli il gioco. Però pensai che quest’ultima opzione sarebbe stata più funzionale alla mia resa dei soldi, così dissi:
“Capisco, sono molto dispiaciuta, comunque provo io a ricordargli la somma dovuta: sono 150 euro grazie” e allungo la mano.
Lui con fare dimesso allunga subito i soldi stropicciati e aggiunge:
“Comunque ce l’ha una camera disponibile?”
ed io:
“Mi spiace… siamo al completo!”.

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il navigatore

Posted by eva6mila su giugno 7, 2008

La tecnologia ha cambiato la vita a tutti. Come tante protesi, dispositivi di ogni tipo ci semplificano la vita, o almeno ci convinciamo di questo. Tra i tanti, quello che rischia di inibire la funzionalità di una parte di materia grigia è il navigatore. Sempre più diffuso nelle macchine di tutte le cilindrate, il navigatore rende l’uomo imbecille, incapace di prendere qualsivoglia iniziativa all’infuori di quello che gli dice quella malefica scatoletta.

Un classico è la telefonata del cliente che chiede informazioni su come arrivare all’hotel. Modestamente sono capace di dare queste informazioni ad occhi chiusi, da qualsiasi parte di Roma si provenga, con una minuziosità di particolari eccezionale. Richiedo solo un’accortezza: che mi si ascolti! Invece no, il proprietario di un navigatore dopo 20 secondi che ascolta, annuncia subito che lo scopo della telefonata non è avere indicazioni stradali… che cavolo, per quello c’è il navigatore…quanto il nome di una via più grande che il proprio apparecchio sia in grado di riconoscere. A volte mi ostino a fargli capire che con tre, al massimo quattro brevi manovre può arrivare all’hotel, ma tutte le volte mi viene risparmiato il fiato.

Poi c’è il cliente che ti chiede un ristorantino dove mangiare pesce. Comincio allora a spiegargli che circa a tre chilometri c’è n’è uno delizioso, deve girare alla prima a destra, arrivare al semaforo e girare subito a sinistra, andare sempre dritto fino al semaforo successivo dove all’angolo c’è il ristorante. Ebbene, il cliente forse per educazione non mi interrompe, ma mi accorgo che non sta facendo nemmeno il minimo sforzo per seguirmi. Alla fine mi interrompo e a quel punto esce allo scoperto: “mi serve solo l’indirizzo, perchè ho il navigatore!”. Getto sul bancone la penna con cui avevo tracciato con tanta pazienza il percorso e lo avviso che non conosco il numero civico, ma lui con fare impavido mi dice “fa niente”. Va bene, penso, prenditi il nome di questa via che è lunga solo 5 chilometri, e che probabilmente il navigatore ti farà prendere dall’inizio, mentre il ristorante è alla fine…sono proprio contenta!

Poi c’è il cliente che deve andare in farmacia, Gli spiego di andare sempre dritto fino alla piazza. Ma lui si sente poco bene, preferisce andare in macchina, solo che ha bisogno del nome esatto della piazza da impostare sul navigatore. “Ma questo è assurdo” dico “guardi, che se si affaccia fuori, alla fine della via intravede la piazza!!”. Con il volto un’pò impaurito mi osserva, sembra proprio aver dimenticato come percorrere trecento metri senza usare il navigatore.

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ricevimento prego?

Posted by eva6mila su aprile 5, 2008

Quando sento squillare il telefono, e sul display compare un numero di camera, nel giro di pochi secondi mi attraversano la mente centinaia di ipotesi su quale possa essere la richiesta del cliente. In genere non bado alla lingua del mio interlocutore, sebbene con il solo numero della camera ne individui subito l’identità, e così rispondo sempre nella stessa maniera, ovvero: “ricevimento prego?”. Tra le molte domande lecite che il cliente mi rivolge, ci sono a volte delle richieste assurde che non possono evitare di farmi sorridere:

driin…camera 14 Kim Park jo
“Ricevimento prego?”
“Uh..Ah..choimin a”
“???”
“Ma.uh..na”
“???”
click. Ricevitore chiuso

driin…camera 62 Moccoletti
“Ricevimento prego?”
“ah si buongiorno, volevo conoscere la temperatura esterna”
Il signore forse crede ancora di stare in aereo.

driin…camera 74 Jackson
“Ricevimento prego?”
“Hi!  This is Gei-ei -si-kei-es-o-en room, I’m looking for the ice machine in my room!”

driin…camera 51 Pappalardo
“Ricevimento prego?”
“Buonasera, vorrei prenotare un tavolo per due alle 20”
“Sig. Pappalardo, il nostro ristorante non ha bisogno di prenotazione, quando lo ritiene opportuno può andarci”
“Ah, va bene, solo vorrei un tavolo fronte mare”
“Fronte mare? Ma Sig. Pappalardi, con tutto lo sforzo possibile non riesco proprio ad accontentarla, visto che il mare si trova a circa 20 Km”
“Ma mi scusi, non è il ristorante Peppino?”
“No Sig. Pappalardo, questo è il ricevimento dell’albergo!”.

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Popey 3

Posted by eva6mila su marzo 20, 2008

Il mio sailor man, il mio Popey, continua con le edificanti considerazioni sulle vestigia archeologiche del Vecchio Mondo…

Una lunga crociera nel Mediterraneo (notare bene: un Popey non viaggia con il treno!) l’ha dapprima portato in Liguria, dove inaspettatamente ha visto i primi “cocci antichi”. In seguito, è approdato in Grecia dove, alla vista di Olimpia, ha semplicemente commentato: “just ruins!”. Poi è andato ad Atene; si è arrampicato sull’acropoli con una tale aspettativa che quando è arrivato non poteva credere ai suoi occhi: “Still ruins!”.

La crociera ha continuato alla volta della Turchia, verso la sua capitale, Izmir. Ebbene sì, il mio popey era convinto che Izmir fosse la capitale della Turchia. Ma questo errore grossolano è poco rilevante di fronte al fatto che anche lì c’erano ancora “ruins”. Un salto a Cipro dove, neanche a dirlo, c’erano altre “ruins”.

Infine, la grossa nave da crociera è arrivata ad Alessandria d’Egitto. Lì, secondo una rapida valutazione del mio popey, regna la più totale anarchia nelle strade, prive di semafori: ma ve lo immaginate? Una città come Alessandria senza semafori?

Una gita al Cairo, dove la sporcizia ed il caos urbano hanno colpito nel profondo la sensibilità del mio Popey, per poi proseguire alla volta di Giza, verso le mirabili piramidi. Su queste Braccio di Ferro si è astenuto dal fare commenti (e meno male!).

Possibile che non gli sia piaciuto proprio niente dell’Egitto? Migliaia e migliaia di turisti aspirano almeno una volta nella vita a visitare le Piramidi. Così inisto: “what is the best thing that have you seen in Egypt?”. Dopo qualche secondo di esitazione mi dice: “a ship”, ovvero una nava distrutta in mille pezzi e poi ricostruita come una specie di gondola veneziana, con la differenza che la gondola è per una sola (una sola?) persona, mentre la nave che ha visto al museo era almeno per otto persone. Con una punta di provocazione gli chiedo maggiori informazioni su questa nave, tipo di che periodo fosse, e lui, con un cenno della mano (schiaffetto all’aria) mi risponde: “blah, I don’t know…it was only a ship!”.

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Popey 2

Posted by eva6mila su marzo 10, 2008

Tutto baldanzoso e sudato, ecco il mio Popey preferito far ritorno dalla grande avventura!

“Did you have a nice day?” gli dico porgendogli la chiave della sua camera, e lui: “Yes I did”. Il suo temperamento laconico non mi dà per vinta: muoio dalla voglia di sapere se è riuscito a trovare i negozi che cercava, e soprattutto se è stato così terribile prendere la metropolitana, così lo incalzo: “did you find the christian shops you were looking for?” e lui: “Yes, I did”. Mentre poggia il suo berretto sul bancone, capisco che, se sufficentemente stimolato, potrebbe aggiungere molto di più di un semplice si, allora incrocio le braccia sul torace per suggerirgli che sono predisposta ad ascoltare tutta la sua avventura. Per fortuna questo linguaggio del corpo funziona, e allora inizia ad indicarmi sulla mappa tutto il percorso che ha fatto…decisamente incredibile! Quando gli ho spiegato come poter raggiungere i negozi di suo interesse, non avevo capito che li avrebbe visti tutti, altrimenti gli avrei spiegato dei tragitti di comunicazione tra una zona e l’altra. Invece, non conoscendo delle scorciatoie (eppure aveva la mappa con sé), è come se alla fine della prima meta fosse tornato indietro, e poi fosse ripartito per la seconda meta.

All’ora di pranzo mi dice di aver mangiato in un Coca Cola Restaurant, modo originale per descrivere una semplice tavola calda.

Proseguendo a descrivere i suoi percorsi, indicandoli sulla mappa con il suo grosso ditone, arriva nei pressi del Colosseo. Mi viene spontaneo chiedergli le sue impressioni su quello che ritengo essere una meraviglia di grande impatto visivo ed emotivo, così dico: “what about the Colosseum?”. La sua risposta non è immediata, così penso che stia cercando un particolare aggettivo per descrivere le sue emozioni, invece dice: “There was here…” puntando col dito su via dei fori Imperiali “…a man dressed like a bronze statue” e aggiunge “very cool”. Non mi da neanche il tempo di ripetergli la domanda, pensando che forse non mi ero spiegata bene, che aggiunge: “and in the Colosseum area there were two gladiators…cool!”. No, non è possibile. Puntualizzo: “but, what about the Colosseum, the monument?”. A questo punto, senza pensarci un attimo dice: “just ruin”.

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bus tauwer dokodeska

Posted by eva6mila su marzo 10, 2008

Avevo appena finito di sbrigare le pratiche del check-in del gruppo giapponese, quando vedo aggirarsi per la hall una signora dall’aria un po’ spaesata e intimidita. Dopo uno scambio di sguardi reciproci, la signora deglutisce tutto il coraggio possibile e dice: “bas tauwer”, ed io: “sorry?”. La cliente allora aggiunge: “bas tauwer dokodeska?”. A questo punto la mia espressione si fa tipica di quando sottointendo “ma che stai a dì?” ovvero, occhi a fessura e testa reclinata verso sinistra, e così ripeto: “bus tower?”, e la signora, annuendo tutta contenta, aggiunge: “dokodeska?”. Io ed il mio collega cominciamo allora ad analizzare parola per parola, e riportando la testa in posizione eretta, propongo: “bus tower…ma che sono venuti con un pullman a due piani?”, e lui:”ma no, forse intende dire bus driver,  imitando il gesto del volante. Ci rimane da capire l’ultima parola, dokodeska. Per uno strano meccanismo del cervello, l’immediata associazione semantica che ci sovviene è lo spagnoleggiante donde esta. D’altronde è assai frequente che alcune persone usino rivolgersi a noi utilizzando parole in spagnolo sparse qua e là, pur essendo di tutt’altra lingua, ma solo perché pensano che sia quanto di più simile all’italiano. Ormai ne siamo certi, il significato della frase è: “dov’è l’autista del pullman?”.

La signora, assai scoraggiata dai nostri deliri, ad un certo punto vede comparire la tour leader del suo gruppo come un angelo salvatore. Mentre gli sciorina una serie di parole giapponesi, tra cui riusciamo a riconoscere appunto bas tauwer dokodeska, la capo gruppo si rivolge a noi con un delizioso sorriso, e finalmente ci traduce: “where she can find a bath towel?”.

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Popey 1

Posted by eva6mila su marzo 7, 2008

Fino a un po’ di tempo fa, nel mio hotel, arrivavano diversi americani, da sempre considerati come buona clientela, nel senso che non badavano a spese. Oggi sono sempre di meno, e anche loro, come gli europei, si adattano a soluzioni low cost.

Il turista americano era quello che noleggiava un auto con conducente per un intero giorno, capace di fargli anche da guida turistica in lingua. Oggi, invece, il cliente americano tende a comportarsi come turista “fai da te”,  com’è il caso del signore che è arrivato nel mio hotel. Un uomo rosso ed esageratamente fuori peso, accompagnato dalla madre troppo anziana per aver potuto sopportare un viaggio così lungo (eppure ce l’ha fatta), mi chiede dove può trovare un negozio di gadgets cristiani (traduzione letterale). Mi viene in mente una via in prossimità del Pantheon, famosa a Roma proprio per questo tipo di negozi, gli stessi dove si riforniscono i preti. Il cliente allora mi chiede come poterci andare, in quanto si rende conto di stare in una zona periferica della città. Gli propongo un taxi, visto che è già un miracolo che la madre sia riuscita a fare la traversata dell’Oceano,  ed escludo che possa sopportare la traversata di Roma con i mezzi pubblici. Ma lui insiste, soprattutto dopo avergli detto che il taxi costerebbe € 29,00 in più rispetto all’autobus.

Approfittando del momento di calma presso la reception, decido di dedicarmi al cliente con ampie spiegazioni: “So, you can catch the bus 790 until Magliana Station, and from there the metro until Colosseo, and from there the bus 87 until here”, indicandogli un cerchio rosso sulla mappa Largo Argentina, e poco distante la via con i negozi che cerca. Gia’ da qui mi chiede la distanza tra la fermata del bus e la via, perchè mi dice che proprio non ama camminare. Eppure già dalla mappa si vede che sono vicinissime, comunque lo tranquillizzo: “few metres sir, 30 metres”. Lui rimane con lo sguardo fisso sulla mappa, e con una lentezza impressionante comincia a segnare con la penna degli strani segni, ripercorrendo a mente i vari passaggi e dice:” ok the bus 87 until here” ed indica la stazione Magliana, ” and then 790″. Allora gli rispondo:” no, no, sir 790 before and then 87″. Vicino a quei segni che aveva scritto in precedenza, aggiunge i numeri degli autobus. Non lo vedo convinto, infatti mi chiede dov’è la fermata del 790. Gliela indico al di là della vetrata, ma mi accorgo che non è sufficente. Così tiro fuori una cartina della mia zona e gli indico la fermata. Prende in mano il foglio e comincia a girarlo in più versi. Mi chiedo cosa stia facendo, proprio non capisco. Dopo mezzo minuto di giri di foglio mi chiede le coordinate spaziali: “where’s the North?”, ed io “Here sir, here”. Ma che gli servirà sapere dov’è il Nord? Comunque ancora ho del tempo da dedicargli, quindi continuo ad assecondare le sue stranezze.

Poi mi chiede dov’è un negozio il cui nome glielo ha fornito in precedenza il mio direttore. Quel nome non mi dice niente, allora mi rivolgo al mio direttore chiedendogli dove si trovi, e lui mi dice:”Via della Conciliazione”,  ed io “si vabbè ma su quale lato?”, “ma chi se lo ricorda? Via della Conciliazione e basta”, ma io insisto “guardi, lei non capisce, ho bisogno di sapere esattamente a che punto di Via della Conciliazione si trova il negozio che cerca questo signore, altrimenti mi si pianta qui  come un mulo “, per fortuna capisce la mia situazione e mi dice “all’angolo destro, si, all’angolo destro”. Ho capito, ne ha sparata una, un suggerimento per fare lo stesso con il cliente e così, mostrandogli via della Conciliazione sulla mappa, gli indico un angolo a caso dicendogli: “the shop is here”, ma poi pentendomi subito gli aggiungo: ” more or less”.  

“How can I get to Via della Conciliazione?”, semplice penso, metà del lavoro, almeno fino alla metro è stato fatto, e così ripeto, in modo frettoloso, visto che era la terza volta che gli ripetevo lo stesso tragitto: “You catch the bus 790 until Magliana”, e aggiungo, “from there you get the Metro to Termini, then you change the line ang get off to Ottaviano and take a walk to Via della Conciliazione”. A questo punto, mi rendo conto che non aveva capito che quella cartina che gli avevo messo sotto gli occhi, con due linee tracciate e tanti nomi vicino,  fosse il tracciato delle uniche due linee di metropolitana che esistono a Roma. Incredibile, forse pensava che fossero le uniche due strade esistenti a Roma, non so come spiegarmelo, sta di fatto che ho dovuto tirar fuori tutti i nomi anglofoni per fargli capire che si trattava della metropolitana: “this is the metro map, the underground” e ci provo pure con l’inglese:”this is the tube!”. Ma lui ancora con fare perplesso mi chiede come poter cambiare da una metro all’altra, che tipo di indicazioni troverà, e soprattutto se è facile. A questo punto alzo le mani. Questo qua mi chiede se è facile cambiare linea di metropolitana? Assolutamente no, è l’esperienza più pazzesca che ti possa capitare, anzi prendi un biglietto da visita del nostro albergo, con l’indirizzo e tutto, così in qualsiasi punto ti trovi puoi prendere un taxi e tornare, e vorre aggiungere…deficiente! Resosi conto della mia punta di esasperazione, decide di darsi un tono da grand viveur, e guardando il Tevere sulla mappa mi chiede in che direzione fluisca. Non ci posso credere, ma che gli frega? Ok, decido ancora di essere paziente e gli indico la direzione, e lui “I’m a sailor, I travelled all around the world by the ship”. Ora capisco, è un navigatore, e se solo potesse prendere una barca, anche piccolissima, si girerebbe Roma con estrema facilità e disinvoltura. Chissà da quale Stato degli USA viene il marinaio, la curiosità è forte a questo punto, e penso dal Massaschussets, in giro per i mari del Nord, o dalla Florida, in giro dei mari del Sud. Ma lui, inghiottendo la solita patata che contraddistingue il tipico accento americano mi risponde: “Texas!”.

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la mia scodella prego!

Posted by eva6mila su marzo 7, 2008

Immaginate di giocare a quel simpatico gioco chiamato “della valigia”, ovvero alla domanda “cosa porti nella valigia?” rispondete a turno cose assurde tipo “il mio frullatore, il mio letto, la mia camera, la mia libreria, il babbo e la mamma ecc…”, tutte cose che, mano mano che si procede con il gioco, bisogna ricordare nel giusto ordine. Ebbene, è normale che il gioco sia accompagnato da  risa e risatine per le cose più improbabili che vengono scelte, ma d’altra parte è un gioco, e più fantasia si mette e più si fa divertente. Se poi si passa dalla finzione alla realtà, la cosa si fa ancora più esilarante. Oggi un cliente ha avuto da ridire sulla mancanza di una scodella adeguata per bere il latte nella sala colazioni. “Ma signore” ho risposto “proprio non capisco, abbiamo le tazze per bere il latte”. Intanto il cliente frugava nella sua pesante valigia, e finalmente, tutto soddisfatto, estraeva e brandiva con la mano destra un’enorme scodella bianca dicendomi: “vede signorina, questa è una scodella!!!”. Poi, con la scodella sotto il braccio l’ho visto allontanarsi verso il ristorante per una colazione degna di un cavallo.

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hotta water

Posted by eva6mila su febbraio 29, 2008

Ieri, al suono della chiamata interna della camera 51, rispondo: “ricevimento prego?”. Dall’altra parte una vocina da cartone animato mi risponde: “ah, mm, room ah, fiftu-uanne, mm, could you…ah…eto, no, could you, eto…”. Nel frattempo mi siedo, preoccupata se e quando questa comunicazione avrà fine. La sprono con lo stesso invito che si farebbe ad un cavallo con gli speroni, rispondendogli con un “yeees…”, e lei continua: “ye, ye, room fiftu-uanne, could you please, ah..eto…”. A quel punto squilla un altro telefono. Colta dall’indecisione se finire la comunicazione con la signora e poi rispondere, opto per allontanare la cornetta della giapponese e sentire chi mi chiama sull’altra linea. Con una velocità pazzesca, tutto d’un fiato, dico: “hotel …in cosa posso esserle utile?”. Dall’altra parte un signore mi dice: ” Buona sera mi chiamo Piera”. Penso di essermi sbagliata, si tratta dell’ennesima donna la cui voce al telefono suona maschile. “Mi dica”, rispondo, e lei: “Vorrei prenotare una camera dal 4 all’11 aprile”. Nel frattempo riprendo la cornetta della giapponese per sentire a che punto è arrivata: ” eto…room fiftu-uanne, eto”. Ok, penso, ancora stiamo ai preliminari, posso prendere questa prenotazione. Continuo così la comunicazione con la sig.ra Piera “prego signora, ho disponibilità”. Già armata di carta e penna, mi accingo a prendere tutti i dati e a chiudere la chiamata in meno di un minuto, quando la signora mi interrompe e mi dice: “c’è un problema, sono un trans”. Lo dice talmente veloce, che l’unica parola che capisco è “problema”. Lì per lì penso di non dare peso al cosidetto problema, l’importante è chiudere presto la comunicazione poichè la giapponese dall’altra parte è quasi pronta a portare a termine la frase, infatti è arrivata a ” eto..could you please bring…eto…”. Così a Piera dico “nessun problema signora”, ma lei insiste “sono un trans”. A questo punto ricompongo le lettere di questa specia di monosillabo T-R-A-N-S, ed emetto un lungo e sonoro “Ah”, per cercare di prendere tempo e trovare una risposta intelligente, così dico: “e che problema c’è, noi accettiamo tutti”. Appena data la risposta prendo a testate il tavolo, incazzandomi con me stessa per la risposta più stupida che potessi dare…ci mancava che dicessi “signora noi accettiamo tutti: cani, pederasti e trans”…che stupida! Che fortuna la signora Piera non percepisce la mia risposta in questi termini, anzi mi risponde rincuorata del fatto che io non veda nessun problema. E colpita da tanta disponibilità per raccontarmi la sua vita, fatta di ambienti pieni di pregiudizi, di amiche date in pasto alla strada, delle sue scelte di vita…oddio, in che situazione mi sono messa, la cosa si fa lunghissima, e non voglio ferire la signora Piera chiudendo in modo sbrigativo la comunicazione.  Poi mi ritorna in mente la giapponese, si la giapponese! La mia svolta per terminare la comunicazione con Piera in modo professionale: “mi scusi signora se la interrompo, purtroppo ho un’altra persona sull’altra linea, e devo salutarla…quando vuole mi richiami pure”, e lei “grazie eva, non mancherò”. Tiro un sospiro non tanto di sollievo, quanto per preparami a risolvere l’altra chiamata, quella della signora giapponese. Così, con un’altra spronata di incitamente dico:”yes madam, could i bring what madam, what?” e lei finalmente tutto d’un fiato, con enfasi liberatoria mi risponde “hotta water!!!”.

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