Il mio mondo a 4 stelle

Eva6mila’s Weblog

Onorevoli titoli

Pubblicato da eva6mila su Febbraio 14, 2008

Mi è spesso capitato di riscontrare tra gli italiani una particolare attenzione per i titoli. Un esempio per essere più chiara: “Sig. Rossi? No prego, Architetto Rossi!”. Ma immancabilmente, dopo che vengo corretta, una vocina mi risuona nella testa che dice: ” e chissene frega!”. Se dovessi dar retta a tutti i capricci di questi clienti che pretendono di essere registrati con tanto di titolo, mi ritroverei una lista degli ospiti assolutamente incongrua: Architetto Zegna sotto la A, Dottor Rossi sotto la D, Ingegner Bianchi sotto la I…ma non funziona così! Una lista degli ospiti è rigorosamente in ordine alfabetico per cognome. Vi sembrerà un dettaglio di poco conto, ma provate ad immaginare se doveste cercare tra gli ospiti in arrivo o tra i 200 già in hotel il Sig. Grossi: “Accidenti, non lo trovo! Forse è ingegnere e lo trovo sotto la i? No aspetta, forse è ragioniere ed è sotto la r!”.

Curiosando tra le altre culture, ho potuto riscontrare che gli orientali sanno essere molto più pratici ed allo stesso tempo molto rispettosi. I giapponesi aggiungono al termine del nome l’appellativo San, che equivale al nostro signore o signora: quindi Suzuki San, Kawasaki San, Honda San…etc. Lo stesso fanno i coreani, aggiungendo Nim alla fine del nome: Kim cho Nim, Kim ni ha Nim, Kim cho min Nim…e così via! Raccogliendo informazioni dagli stessi protagonisti, mi sembra di aver capito che San e Nim travalicano ogni distinzione di sesso, stato sociale e civile. Invece noi occidentali, e nello specifico noi italiani, no! Prima di rivolgerti ad una signora devi fare una rapida valutazione del suo stato civile, basandoti sull’età, aiutandoti con una sbirciatina alla mano destra, per poi dire: “Signorina Rossi”. La signorina Rossi però non ci stà, e con grande disappunto precisa “prego, Signora!”.  Quindi una valutazione sbagliata: seppure di soli 24 anni, la signora Rossi ha già due figli ed è sposata da tre anni, e per quanto riguarda l’anello che non c’è, beh, la signora Rossi è allergica ai metalli!

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uno gnocco in gola

Pubblicato da eva6mila su Gennaio 28, 2008

A volte, per intere settimane, mi capita che la mattina prestissimo (6.45), all’inizio del mio turno di lavoro, incontri solo cinesi, già pronti per fare colazione e partire per una lunga giornata di giri turistici. Dopo una seduta di tai chi chuan svolta sul piazzale di fronte all’ingresso, capita che qualcuno senta una sensazione come di gnocco in gola e che quindi cominci un’operazione di espettorazione a dir poco disgustosa. Il bello è che in mezzo a tanti cinesi non riesci ad individuare chi di loro abbia espettorato, e così ti sale una preoccupazione se abbia o meno fatto centro sul bel fiore disegnato sul pavimento.

Devo dire che, con tutto il rispetto per le usanze altrui, proprio non riesco a tollerare questo scatarramento così poco discreto, e quindi non mi trattengo dal dimostrare il mio disgusto. Come al solito, questi modi di fare piuttosto grevi appartengono alle vecchie generazioni, le stesse che da noi hanno subito anni e anni di “vietato sputare” scritto nei posti più impensabili per cercare di correggere questo orribile rito.

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svegliarsi con il piede giusto!

Pubblicato da eva6mila su Gennaio 18, 2008

Oggi un cinese era in serie difficoltà a capire da quale parte del letto si dorme. Eppure si tratta di un letto con la testata appoggiata sul muro, quindi con un orientamento inequivocabile, ma questo signore cercava di entrarci dai piedi. Anche in questo caso il paziente facchino ha sollevato un lembo dalla parte del muro e , per essere proprio sicuro che tutto fosse chiaro, si è portato le mani giunte sulla guancia per indicargli la giusta posizione per fare la ninna.

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whiskey and tea

Pubblicato da eva6mila su Gennaio 15, 2008

Molto spesso i giapponesi, dopo una giornata estenuante di giri turistici, amano rilassarsi con una bella tazza di tè verde, o farsi una tazza di zuppa di miso; per loro basta richiedere dell’acqua calda in hotel così possono intrugliare con tutti i preparati liofilizzati che si portano da casa. Quando i giapponesi sono molti, inizia una specia di pellegrinaggio al bar, cosa che ferisce il barman nell’orgoglio. Questi, frustrato, passa infatti un’intera serata a riempire “cuccumelle” di acqua calda. Un tale via vai stuzzicò il mio capo nelle tasche, cosicché decise di far pagare € 1 ad ogni richiesta di hotta wota… un vero gruzzolo se si aggiungono anche le richieste di coreani e cinesi per ravvivare le loro zuppe!

I cinesi, invece, bevono un intruglio marrone scuro da una specie di biberon senza tettarella. Non so se sia té, ma non posso fare a meno di associarlo all’infuso di cicche di sigarette che spesso trovo nei bicchieri lasciati da loro su un tavolino della terrazza dopo che hanno giocato a carte.

Litri e litri di birra invece vengono consumati da tedeschi ed inglesi. Ma mentre i primi reggono benissimo le alte razioni di alcool, gli inglesi al contrario riescono ad arrivare ad un livello di foranza inimmaginabile. Una volta, un gruppo di Manchester fu in grado di terminare l’intera scorta di birra a nostra disposizione, nonostante avessimo provveduto ad un carico extra. Non fu un bello spettacolo vedere gente che ormai, in preda ad allucinazioni, parlava da solo al muro, una signora trascinata verso l’ascensore da uno che non era più in forma di lei , ed un’altra ancora che impugnava la bottiglia al contrario e versava tutta la birra sul pavimento durante il suo percorso a zig zag verso le scale.

Gli americani invece sembrano essere più salutisti. Qualsiasi cosa sotto forma di soda li riempie di gioia, li fa sentire a casa. Ma una cosa fondamentale, più delle varie soda, che per l’americano non deve mancare sono gli ice cubes. Se la macchina del ghiaccio è rotta l’americano va in serie difficoltà (un pò come l’italiano in viaggio che non trova il bidet in bagno). Due di loro, vestiti da cow boy, quindi per me sufficentemente ridicoli già nell’aspetto, fecero una richiesta ancora più ridicola al barman: wiskye e soda! Proprio come Carosone cantava l’America degli anni cinquanta, quei due trentenni chiesero una bevanda così obsoleta, ma così obsoleta che il barman finì per inventarsi un wiskye e sprite!

In conclusione mi viene da pensare come sia possibile che il 15 gennaio, con una temperatura esterna di cinque gradi, ci sia chi, come il giapponese, desideri ardentemente un bagno caldo ed un té bollente, e chi, al contrario, voglia una soda con ghiaccio come l’americano?

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vasca o doccia?

Pubblicato da eva6mila su Gennaio 6, 2008

Mi era sembrato di aver sentito una goccia cadere sulla testa. Altri 10 secondi e ne ho sentita un’ altra. Quando alzai la testa vidi sul soffitto una vistosa ed estesa macchia d’umidità. Chiamai pertanto il manutentore il quale mi disse che probabilmente il tubo della vasca della camera 6 era rotto; appena il cliente fosse uscito lui sarebbe andato prontamente ad effettuare la riparazione o, perlomeno, a valutare l’entità del guasto.

Aspetta e aspetta, ma il cliente dalla camera 6 non usciva. Finché vidi una specie di ruscelletto sgorgare in modo inspiegabile dalla cima delle scale di fronte a me. Allertai di nuovo il manutentore, che corse immediatamente alla scoperta della sorgente del ruscello, e la scoprì sotto la porta della camera 6. Dopo diversi tentativi di aprire la porta, tra bussate e telefonate in camera, si decise per sfondare la porta. In un nano secondo ci balenò in testa la possibilità che il cliente avesse scelto come sistema di suicidio il meno probabile: riempire la camera d’acqua fino ad annegarvi!

E uno, e due, e tre…finalmente la porta si spalancò. Il cliente era in realtà una cliente, anziana e giapponese, che se ne stava addormentata (ai nostri occhi era morta) nella vasca, avvolta in una cappa densa di vapore, con una temperatura nell’aria di circa 40°. L’acqua aveva invaso tutta la camera. Il parquet era praticamente inzuppato. Appena provammo a toccarla, perlomeno per sentire se ancora respirava, la signora si ridestò urlando. Immaginate la scena: lei nuda, tutta raggrinzita, si sveglia e vede quattro persone estranee intorno a lei…e chi è che doveva urlare?

Pare che i giapponesi abbiano proprio una mania per il bagno caldo. Spesso è la condicio sine qua non  per la scelta dell’hotel. Quindi se pensate di aprire un albergo, e di ospitare clientela giapponese, scordatevi la doccia. E’ capitato anche un’altra volta che una ragazza giapponese è svenuta nella vasca per la pressione bassa, a causa del bagno troppo caldo dopo una sfiancante giornata di giri turistici (nonostante si fosse sostenuta tutto il giorno con le formidabili prugne secche macerate nell’aceto, che i giapponesi portano sempre con loro). Fortunatamente aveva lasciato la porta aperta, e per la gioia del facchino, era proprio una bella ragazza!

Tutt’altra storia riguarda i cinesi. La vasca temo proprio che non sappiano cosa sia:
letto supplementare?
lavatoio?
o grande wc, come è capitato purtroppo di verificare?

I cinesi amano farsi la doccia, ma fuori dalla vasca, al centro del bagno, dove si trova un piccolo scarico per le pulizie quotidiane della cameriera, o almeno fino a dove arriva il tubo del doccino. Questo, come ben capirete, provoca un allagamento del bagno e dei locali limitrofi, e non poca irritazione del cliente che sembra incolparci dello scarico ostruito. “Ma di quale scarico parla? L’unico esistente è quello dentro al grande wc, o lavatoio o letto supplementare!” vorrei dirgli. Ma non sempre è facile comunicare con alcuni di loro, sopratutto con quelli che non conoscono la vasca e fanno la doccia al centro del bagno! Il facchino adottò allora un modo efficace e schietto per spiegare a questi clienti come si usa la doccia: entrare nella vasca, allocare il doccino nell’apposito sostegno al di sopra della testa, e darsi una bella strofinata di piacere su tutta la pancia!

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l’ipocondriaco

Pubblicato da eva6mila su Gennaio 5, 2008

Capita spesso che tra i clienti cinesi ci sia quello che ti chiede dove si trova il più vicino ristorante cinese.  Per molti giapponesi, invece, è importante individuare il più vicino supermercato. I coreani, sempre sprovvisti di riduttori di corrente, chiedono frequentemente dove possono trovare il ferramenta.

Molto spesso l’italiano invece ti chiede: “dove si trova la farmacia?”

Il primo giorno di vacanza del turista italiano lo definisco “il giorno della decompressione”; ancora impastato nei suoi piccoli drammi quotidiani,  passa in analisi tutti i suoi lievi disturbi, terrorizzato dal fatto che uno di questi si possa acutizzare e trasformare la vacanza tanto agognata in un incubo. In genere si tratta di farmaci da banco, quindi per disturbi leggeri, ma questo non importa: anche se per raggiungere la prima farmacia di turno disponibile (chissà perchè poi capita sempre di sabato o domenica)  gli prospetti un percorso ad ostacoli, degno da giochi senza frontiere, lui non demorde…”questo mal di testa potrebbe essere un principio di meningite”!

I più pigri alla fine, rinunciano alla farmacia, ma finiscono per rimpallarsi la colpa su chi di loro avrebbe dovuto ricordarsi di mettere un analgesico in valigia.

C’è poi il turista che probabilmente non ha nessun sintomo, ma lo prevede. Si sente semplicemente rassicurato dell’esistenza di una farmacia nei dintorni…”non si sa mai”!

Anni fa mi capitò una coppia in viaggio di nozze. Lei era preoccupata del fatto che, ogni volta che entrava in camera, veniva colta da una vampata di calore accompagnata da una vertigine. Mi scelse come consulente medico chiedendomi un parere su questo malore, forse attribuibile ad un colpo di frusta avuto qualche mese prima, oppure al ciclo mestruale, che quel mese era meno abbondante del solito. Fu allora che pensai che a tutte le facilities offerte nel mio hotel poteva aggiungersi anche un servizio di consulenza psichiatrica…sicuramente redditizio!

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il bidet

Pubblicato da eva6mila su Dicembre 31, 2007

Quanto e quanto è stato detto sul bidet. Ciascuno di noi avrà partecipato a qualche discussione sull’esistenza o meno del bidet nelle altre parti del mondo…almeno una discussione di ritorno da un viaggio! E finiamo sempre col riconoscergli un ruolo primario e indispensabile nell’igiene personale, chiedendoci sempre come faranno quelli che non ce l’hanno. Ad esempio, ho un’amica in Francia che per miracolo ne ha uno in bagno, ma inorridita dalla sua presenza, lo utilizza come porta vasi.

Nel mio albergo è capitato più di una volta che un cinese l’abbia scambiato per wc, accorgendosi troppo tardi che non è dotato di un adeguato sistema di scarico.

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il lavandino

Pubblicato da eva6mila su Dicembre 31, 2007

Un bel lavandino in ceramica bianca, abbastanza capiente per contenere un ottimo minestrone da condividere con gli amici. Sembrerà assurdo, ma questo ho visto oggi con i miei occhi in una camera occupata da una coppia di indiani, che hanno deciso di organizzare una cena nella loro camera per gli altri 28 componenti del loro gruppo.

Le possibilità sono due: o non avevano abbastanza scodelle per tutti e trenta, oppure avevano bisogno di una grande zuppiera per ravvivare il composto di verdure liofilizzato.

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check-in alla giapponese

Pubblicato da eva6mila su Dicembre 31, 2007

Chiunque nella vita ha avuto a che fare con un giapponese non può non esprimere un giudizio più che positivo: i giapponesi sono molto educati, ordinati, puliti, mantengono un tono di voce moderato, non emanano cattivi odori neanche se mangiano una zuppa di cipolle. Non posso non essere d’accordo, ma provate a moltiplicare un giapponese per 50 e allora vi ritroverete in una specie di incubo. Ogni sera che nel mio hotel approdano dai 30 ai 70 giapponesi, a secondo del numero dei gruppi, si assiste allo stesso identico show. Il gruppo si dirige verso l’ingresso in modo ordinato lasciando il capogruppo in testa che si rivolgerà al receptionist con le stesse identiche frasi di rito, come se recitasse un copione di una piece teatrale. Il capogruppo, o leader, è il fedele servitore a cui tutti si affidano ciecamente. Il suo ruolo lo investe di responsabilità e lo carica pertanto di stress; talvolta ho provato a fare delle varianti al copione anticipando tutte le domande che mi avrebbe rivolto nei successivi 10 minuti, un disastro! Il leader giapponese deve fare lui le domande, tanto qualsiasi cosa tu anticipi lui non ascolta. Ci sono delle regole da rispettare nella fase del check in, e se si assecondano i suoi tempi e modi lui è felicissimo, se invece segui i tuoi tempi e gli mescoli le carte va in tilt.
Il gruppo di giapponesi una volta entrato in hotel prende educatamente posto nella hall, in attesa che il capogruppo svolga le pratiche per loro. Quando lui ha terminato inizia il vero e proprio spettacolo, la consegna delle chiavi. Non so perché, ma il leader cambia totalmente il tono della voce, accordandola a una nota più sopra e comincia a fare l’appello: una dolcissima “canzone” il cui testo sono i nomi delle persone con l’appellativo San (Signor-Signora) alla fine, che batte il ritmo della melodia, seguito dal numero delle camere. E’ ovvio che non canta, ma per i suoni che emette è come se lo facesse. Uno spettacolo a cui vi auguro di assistere almeno un volta nella vita.

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do you understand me?

Pubblicato da eva6mila su Dicembre 31, 2007

La comunicazione con i giapponesi è piuttosto difficoltosa. Escluso che qualcuno dei receptionist parli giapponese, il tutto si limita ad un improbabile inglese, codificato apposta per loro. Mi viene spontaneo pensare che la lingua giapponese termini le parole con le vocali, un po’ come l’italiano. Così restaurant diventa restorant-u (la u è appena impercettibile), ticket diventa tickett-u, hot-water si trasforma in hotta water. Questo linguaggio neo-anglosassone rende il cliente giapponese un caricatura, così come il modo di camminare, le donne rigorosamente a piedi storti, di correre con piccole falcate, di ringraziare inchinandosi ossequiosamente ( a proposito ci si limiti a uno o al massimo due inchini altrimenti si rischia di non finire mai). La lingua giapponese è talmente lontana dall’indoeuropeo che riusciamo a ricordare solo quelle parole che per suono, e non per significato, si avvicinano all’italiano. Con il passare degli anni abbiamo imparato giusto a dire qualche numero ichi ni san…, memorizzabili come quelli di una qualsiasi altra lingua per la sequenza ritmica, arigatò (grazie) perché la associamo ai rigatoni, kaghì (chiave) perché ci fa pensare alla defecazione, e infine kokodè (qui) perché è il verso della gallina. Chissà a cosa l’assoceranno i giapponesi quelle parole che conoscono dell’italiano, ciao, grazii, pizza, spaghetti pomodoro-u e spaghetti calbonara.

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