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Eva6mila’s Weblog

Archivio per la categoria ‘giapponesi’

bus tauwer dokodeska

Pubblicato da eva6mila su Marzo 10, 2008

Avevo appena finito di sbrigare le pratiche del check-in del gruppo giapponese, quando vedo aggirarsi per la hall una signora dall’aria un po’ spaesata e intimidita. Dopo uno scambio di sguardi reciproci, la signora deglutisce tutto il coraggio possibile e dice: “bas tauwer”, ed io: “sorry?”. La cliente allora aggiunge: “bas tauwer dokodeska?”. A questo punto la mia espressione si fa tipica di quando sottointendo “ma che stai a dì?” ovvero, occhi a fessura e testa reclinata verso sinistra, e così ripeto: “bus tower?”, e la signora, annuendo tutta contenta, aggiunge: “dokodeska?”. Io ed il mio collega cominciamo allora ad analizzare parola per parola, e riportando la testa in posizione eretta, propongo: “bus tower…ma che sono venuti con un pullman a due piani?”, e lui:”ma no, forse intende dire bus driver,  imitando il gesto del volante. Ci rimane da capire l’ultima parola, dokodeska. Per uno strano meccanismo del cervello, l’immediata associazione semantica che ci sovviene è lo spagnoleggiante donde esta. D’altronde è assai frequente che alcune persone usino rivolgersi a noi utilizzando parole in spagnolo sparse qua e là, pur essendo di tutt’altra lingua, ma solo perché pensano che sia quanto di più simile all’italiano. Ormai ne siamo certi, il significato della frase è: “dov’è l’autista del pullman?”.

La signora, assai scoraggiata dai nostri deliri, ad un certo punto vede comparire la tour leader del suo gruppo come un angelo salvatore. Mentre gli sciorina una serie di parole giapponesi, tra cui riusciamo a riconoscere appunto bas tauwer dokodeska, la capo gruppo si rivolge a noi con un delizioso sorriso, e finalmente ci traduce: “where she can find a bath towel?”.

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hotta water

Pubblicato da eva6mila su Febbraio 29, 2008

Ieri, al suono della chiamata interna della camera 51, rispondo: “ricevimento prego?”. Dall’altra parte una vocina da cartone animato mi risponde: “ah, mm, room ah, fiftu-uanne, mm, could you…ah…eto, no, could you, eto…”. Nel frattempo mi siedo, preoccupata se e quando questa comunicazione avrà fine. La sprono con lo stesso invito che si farebbe ad un cavallo con gli speroni, rispondendogli con un “yeees…”, e lei continua: “ye, ye, room fiftu-uanne, could you please, ah..eto…”. A quel punto squilla un altro telefono. Colta dall’indecisione se finire la comunicazione con la signora e poi rispondere, opto per allontanare la cornetta della giapponese e sentire chi mi chiama sull’altra linea. Con una velocità pazzesca, tutto d’un fiato, dico: “hotel …in cosa posso esserle utile?”. Dall’altra parte un signore mi dice: ” Buona sera mi chiamo Piera”. Penso di essermi sbagliata, si tratta dell’ennesima donna la cui voce al telefono suona maschile. “Mi dica”, rispondo, e lei: ”Vorrei prenotare una camera dal 4 all’11 aprile”. Nel frattempo riprendo la cornetta della giapponese per sentire a che punto è arrivata: ” eto…room fiftu-uanne, eto”. Ok, penso, ancora stiamo ai preliminari, posso prendere questa prenotazione. Continuo così la comunicazione con la sig.ra Piera “prego signora, ho disponibilità”. Già armata di carta e penna, mi accingo a prendere tutti i dati e a chiudere la chiamata in meno di un minuto, quando la signora mi interrompe e mi dice: “c’è un problema, sono un trans”. Lo dice talmente veloce, che l’unica parola che capisco è “problema”. Lì per lì penso di non dare peso al cosidetto problema, l’importante è chiudere presto la comunicazione poichè la giapponese dall’altra parte è quasi pronta a portare a termine la frase, infatti è arrivata a ” eto..could you please bring…eto…”. Così a Piera dico “nessun problema signora”, ma lei insiste “sono un trans”. A questo punto ricompongo le lettere di questa specia di monosillabo T-R-A-N-S, ed emetto un lungo e sonoro “Ah”, per cercare di prendere tempo e trovare una risposta intelligente, così dico: “e che problema c’è, noi accettiamo tutti”. Appena data la risposta prendo a testate il tavolo, incazzandomi con me stessa per la risposta più stupida che potessi dare…ci mancava che dicessi “signora noi accettiamo tutti: cani, pederasti e trans”…che stupida! Che fortuna la signora Piera non percepisce la mia risposta in questi termini, anzi mi risponde rincuorata del fatto che io non veda nessun problema. E colpita da tanta disponibilità per raccontarmi la sua vita, fatta di ambienti pieni di pregiudizi, di amiche date in pasto alla strada, delle sue scelte di vita…oddio, in che situazione mi sono messa, la cosa si fa lunghissima, e non voglio ferire la signora Piera chiudendo in modo sbrigativo la comunicazione.  Poi mi ritorna in mente la giapponese, si la giapponese! La mia svolta per terminare la comunicazione con Piera in modo professionale: “mi scusi signora se la interrompo, purtroppo ho un’altra persona sull’altra linea, e devo salutarla…quando vuole mi richiami pure”, e lei “grazie eva, non mancherò”. Tiro un sospiro non tanto di sollievo, quanto per preparami a risolvere l’altra chiamata, quella della signora giapponese. Così, con un’altra spronata di incitamente dico:”yes madam, could i bring what madam, what?” e lei finalmente tutto d’un fiato, con enfasi liberatoria mi risponde “hotta water!!!”.

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whiskey and tea

Pubblicato da eva6mila su Gennaio 15, 2008

Molto spesso i giapponesi, dopo una giornata estenuante di giri turistici, amano rilassarsi con una bella tazza di tè verde, o farsi una tazza di zuppa di miso; per loro basta richiedere dell’acqua calda in hotel così possono intrugliare con tutti i preparati liofilizzati che si portano da casa. Quando i giapponesi sono molti, inizia una specia di pellegrinaggio al bar, cosa che ferisce il barman nell’orgoglio. Questi, frustrato, passa infatti un’intera serata a riempire “cuccumelle” di acqua calda. Un tale via vai stuzzicò il mio capo nelle tasche, cosicché decise di far pagare € 1 ad ogni richiesta di hotta wota… un vero gruzzolo se si aggiungono anche le richieste di coreani e cinesi per ravvivare le loro zuppe!

I cinesi, invece, bevono un intruglio marrone scuro da una specie di biberon senza tettarella. Non so se sia té, ma non posso fare a meno di associarlo all’infuso di cicche di sigarette che spesso trovo nei bicchieri lasciati da loro su un tavolino della terrazza dopo che hanno giocato a carte.

Litri e litri di birra invece vengono consumati da tedeschi ed inglesi. Ma mentre i primi reggono benissimo le alte razioni di alcool, gli inglesi al contrario riescono ad arrivare ad un livello di foranza inimmaginabile. Una volta, un gruppo di Manchester fu in grado di terminare l’intera scorta di birra a nostra disposizione, nonostante avessimo provveduto ad un carico extra. Non fu un bello spettacolo vedere gente che ormai, in preda ad allucinazioni, parlava da solo al muro, una signora trascinata verso l’ascensore da uno che non era più in forma di lei , ed un’altra ancora che impugnava la bottiglia al contrario e versava tutta la birra sul pavimento durante il suo percorso a zig zag verso le scale.

Gli americani invece sembrano essere più salutisti. Qualsiasi cosa sotto forma di soda li riempie di gioia, li fa sentire a casa. Ma una cosa fondamentale, più delle varie soda, che per l’americano non deve mancare sono gli ice cubes. Se la macchina del ghiaccio è rotta l’americano va in serie difficoltà (un pò come l’italiano in viaggio che non trova il bidet in bagno). Due di loro, vestiti da cow boy, quindi per me sufficentemente ridicoli già nell’aspetto, fecero una richiesta ancora più ridicola al barman: wiskye e soda! Proprio come Carosone cantava l’America degli anni cinquanta, quei due trentenni chiesero una bevanda così obsoleta, ma così obsoleta che il barman finì per inventarsi un wiskye e sprite!

In conclusione mi viene da pensare come sia possibile che il 15 gennaio, con una temperatura esterna di cinque gradi, ci sia chi, come il giapponese, desideri ardentemente un bagno caldo ed un té bollente, e chi, al contrario, voglia una soda con ghiaccio come l’americano?

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vasca o doccia?

Pubblicato da eva6mila su Gennaio 6, 2008

Mi era sembrato di aver sentito una goccia cadere sulla testa. Altri 10 secondi e ne ho sentita un’ altra. Quando alzai la testa vidi sul soffitto una vistosa ed estesa macchia d’umidità. Chiamai pertanto il manutentore il quale mi disse che probabilmente il tubo della vasca della camera 6 era rotto; appena il cliente fosse uscito lui sarebbe andato prontamente ad effettuare la riparazione o, perlomeno, a valutare l’entità del guasto.

Aspetta e aspetta, ma il cliente dalla camera 6 non usciva. Finché vidi una specie di ruscelletto sgorgare in modo inspiegabile dalla cima delle scale di fronte a me. Allertai di nuovo il manutentore, che corse immediatamente alla scoperta della sorgente del ruscello, e la scoprì sotto la porta della camera 6. Dopo diversi tentativi di aprire la porta, tra bussate e telefonate in camera, si decise per sfondare la porta. In un nano secondo ci balenò in testa la possibilità che il cliente avesse scelto come sistema di suicidio il meno probabile: riempire la camera d’acqua fino ad annegarvi!

E uno, e due, e tre…finalmente la porta si spalancò. Il cliente era in realtà una cliente, anziana e giapponese, che se ne stava addormentata (ai nostri occhi era morta) nella vasca, avvolta in una cappa densa di vapore, con una temperatura nell’aria di circa 40°. L’acqua aveva invaso tutta la camera. Il parquet era praticamente inzuppato. Appena provammo a toccarla, perlomeno per sentire se ancora respirava, la signora si ridestò urlando. Immaginate la scena: lei nuda, tutta raggrinzita, si sveglia e vede quattro persone estranee intorno a lei…e chi è che doveva urlare?

Pare che i giapponesi abbiano proprio una mania per il bagno caldo. Spesso è la condicio sine qua non  per la scelta dell’hotel. Quindi se pensate di aprire un albergo, e di ospitare clientela giapponese, scordatevi la doccia. E’ capitato anche un’altra volta che una ragazza giapponese è svenuta nella vasca per la pressione bassa, a causa del bagno troppo caldo dopo una sfiancante giornata di giri turistici (nonostante si fosse sostenuta tutto il giorno con le formidabili prugne secche macerate nell’aceto, che i giapponesi portano sempre con loro). Fortunatamente aveva lasciato la porta aperta, e per la gioia del facchino, era proprio una bella ragazza!

Tutt’altra storia riguarda i cinesi. La vasca temo proprio che non sappiano cosa sia:
letto supplementare?
lavatoio?
o grande wc, come è capitato purtroppo di verificare?

I cinesi amano farsi la doccia, ma fuori dalla vasca, al centro del bagno, dove si trova un piccolo scarico per le pulizie quotidiane della cameriera, o almeno fino a dove arriva il tubo del doccino. Questo, come ben capirete, provoca un allagamento del bagno e dei locali limitrofi, e non poca irritazione del cliente che sembra incolparci dello scarico ostruito. “Ma di quale scarico parla? L’unico esistente è quello dentro al grande wc, o lavatoio o letto supplementare!” vorrei dirgli. Ma non sempre è facile comunicare con alcuni di loro, sopratutto con quelli che non conoscono la vasca e fanno la doccia al centro del bagno! Il facchino adottò allora un modo efficace e schietto per spiegare a questi clienti come si usa la doccia: entrare nella vasca, allocare il doccino nell’apposito sostegno al di sopra della testa, e darsi una bella strofinata di piacere su tutta la pancia!

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check-in alla giapponese

Pubblicato da eva6mila su Dicembre 31, 2007

Chiunque nella vita ha avuto a che fare con un giapponese non può non esprimere un giudizio più che positivo: i giapponesi sono molto educati, ordinati, puliti, mantengono un tono di voce moderato, non emanano cattivi odori neanche se mangiano una zuppa di cipolle. Non posso non essere d’accordo, ma provate a moltiplicare un giapponese per 50 e allora vi ritroverete in una specie di incubo. Ogni sera che nel mio hotel approdano dai 30 ai 70 giapponesi, a secondo del numero dei gruppi, si assiste allo stesso identico show. Il gruppo si dirige verso l’ingresso in modo ordinato lasciando il capogruppo in testa che si rivolgerà al receptionist con le stesse identiche frasi di rito, come se recitasse un copione di una piece teatrale. Il capogruppo, o leader, è il fedele servitore a cui tutti si affidano ciecamente. Il suo ruolo lo investe di responsabilità e lo carica pertanto di stress; talvolta ho provato a fare delle varianti al copione anticipando tutte le domande che mi avrebbe rivolto nei successivi 10 minuti, un disastro! Il leader giapponese deve fare lui le domande, tanto qualsiasi cosa tu anticipi lui non ascolta. Ci sono delle regole da rispettare nella fase del check in, e se si assecondano i suoi tempi e modi lui è felicissimo, se invece segui i tuoi tempi e gli mescoli le carte va in tilt.
Il gruppo di giapponesi una volta entrato in hotel prende educatamente posto nella hall, in attesa che il capogruppo svolga le pratiche per loro. Quando lui ha terminato inizia il vero e proprio spettacolo, la consegna delle chiavi. Non so perché, ma il leader cambia totalmente il tono della voce, accordandola a una nota più sopra e comincia a fare l’appello: una dolcissima “canzone” il cui testo sono i nomi delle persone con l’appellativo San (Signor-Signora) alla fine, che batte il ritmo della melodia, seguito dal numero delle camere. E’ ovvio che non canta, ma per i suoni che emette è come se lo facesse. Uno spettacolo a cui vi auguro di assistere almeno un volta nella vita.

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do you understand me?

Pubblicato da eva6mila su Dicembre 31, 2007

La comunicazione con i giapponesi è piuttosto difficoltosa. Escluso che qualcuno dei receptionist parli giapponese, il tutto si limita ad un improbabile inglese, codificato apposta per loro. Mi viene spontaneo pensare che la lingua giapponese termini le parole con le vocali, un po’ come l’italiano. Così restaurant diventa restorant-u (la u è appena impercettibile), ticket diventa tickett-u, hot-water si trasforma in hotta water. Questo linguaggio neo-anglosassone rende il cliente giapponese un caricatura, così come il modo di camminare, le donne rigorosamente a piedi storti, di correre con piccole falcate, di ringraziare inchinandosi ossequiosamente ( a proposito ci si limiti a uno o al massimo due inchini altrimenti si rischia di non finire mai). La lingua giapponese è talmente lontana dall’indoeuropeo che riusciamo a ricordare solo quelle parole che per suono, e non per significato, si avvicinano all’italiano. Con il passare degli anni abbiamo imparato giusto a dire qualche numero ichi ni san…, memorizzabili come quelli di una qualsiasi altra lingua per la sequenza ritmica, arigatò (grazie) perché la associamo ai rigatoni, kaghì (chiave) perché ci fa pensare alla defecazione, e infine kokodè (qui) perché è il verso della gallina. Chissà a cosa l’assoceranno i giapponesi quelle parole che conoscono dell’italiano, ciao, grazii, pizza, spaghetti pomodoro-u e spaghetti calbonara.

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