do you understand me?
Pubblicato da eva6mila su Dicembre 31, 2007
La comunicazione con i giapponesi è piuttosto difficoltosa. Escluso che qualcuno dei receptionist parli giapponese, il tutto si limita ad un improbabile inglese, codificato apposta per loro. Mi viene spontaneo pensare che la lingua giapponese termini le parole con le vocali, un po’ come l’italiano. Così restaurant diventa restorant-u (la u è appena impercettibile), ticket diventa tickett-u, hot-water si trasforma in hotta water. Questo linguaggio neo-anglosassone rende il cliente giapponese un caricatura, così come il modo di camminare, le donne rigorosamente a piedi storti, di correre con piccole falcate, di ringraziare inchinandosi ossequiosamente ( a proposito ci si limiti a uno o al massimo due inchini altrimenti si rischia di non finire mai). La lingua giapponese è talmente lontana dall’indoeuropeo che riusciamo a ricordare solo quelle parole che per suono, e non per significato, si avvicinano all’italiano. Con il passare degli anni abbiamo imparato giusto a dire qualche numero ichi ni san…, memorizzabili come quelli di una qualsiasi altra lingua per la sequenza ritmica, arigatò (grazie) perché la associamo ai rigatoni, kaghì (chiave) perché ci fa pensare alla defecazione, e infine kokodè (qui) perché è il verso della gallina. Chissà a cosa l’assoceranno i giapponesi quelle parole che conoscono dell’italiano, ciao, grazii, pizza, spaghetti pomodoro-u e spaghetti calbonara.